Bologna, l’anziano che salva il pomodoro più a nord d’Italia (storia incredibile)

Storia, dedizione e biodiversità si intrecciano su una collina bolognese. Qui, un agricoltore ha salvato un piccolo pomodoro capace di sfidare il freddo e la modernità. Un frutto semplice, ma con una storia che sorprende. E che oggi rappresenta il pomodoro da serbo più a nord d’Italia.

L’oasi agricola di Villa Ghigi e un patrimonio che resiste

Per capire questa storia bisogna partire da Villa Ghigi, una tenuta che domina la pedecollina di Bologna fin dall’inizio del Cinquecento. Per secoli è stata un luogo agricolo vivo, ricco di alberi da frutto e varietà ormai rare. L’ultimo proprietario privato è stato il professor Alessandro Ghigi, prima che parte della proprietà diventasse Parco pubblico gestito dalla Fondazione Villa Ghigi.

Nella zona chiamata podere San Michele, donata negli Anni ’60 al CNR, la famiglia Cerè arrivò molto prima, nel 1914, per coltivarla come mezzadri. Quel passato rurale ha lasciato un’eredità preziosa. Ancora oggi il Parco ospita antiche cultivar, come il Pero Ruggine d’Autunno, e piccoli ortaggi che sfidano il tempo e l’omologazione moderna.

Tra questi c’è un pomodoro speciale: il Tondo da serbo di Villa Ghigi. Piccolo, rotondo e fatto per durare nei mesi freddi.

Gino Cerè, il custode del pomodoro più settentrionale d’Italia

Dietro la sopravvivenza di questa varietà c’è la vita di un agricoltore. Gino Cerè, classe 1939, ha lavorato a Villa Ghigi per decenni, prima per la famiglia Ghigi e poi al fianco del Comune. È scomparso nel 2023, ma ciò che ha protetto continua a vivere.

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La sua scoperta più importante è arrivata grazie ad alcuni quaderni degli Anni ’40. Su quelle pagine il padre annotava quantità e prezzi dei prodotti venduti al mercato. Tra ortaggi e frutta compariva anche il piccolo pomodoro da serbo. Cerè sospettava che i semi fossero arrivati da un altro ortolano del luogo. Da allora, la coltivazione non si è mai fermata.

Il Tondo da serbo veniva raccolto in estate e conservato fino a gennaio. I Cerè lo stagionavano nella tenuta, mantenendo viva una tecnica antica.

Negli ultimi anni la varietà è coltivata anche nel parco accanto e presso la cooperativa Agriverde di San Lazzaro di Savena, che la vende nel proprio punto vendita. Il suo patrimonio genetico è conservato ex situ nella Banca del genoplasma dell’Università di Pavia. Inoltre, è ora inserito nel Repertorio volontario regionale delle risorse genetiche indigene agrarie.

Le caratteristiche del Tondo da serbo di Villa Ghigi

In Italia esistono diverse tradizioni di pomodori da conservazione: il piennolo campano, il pendula pugliese, il pomodoro di Paceco in Sicilia. Ma in Emilia la storia è diversa. Qui il caso è unico.

Il Tondo da serbo di Villa Ghigi ha tratti ben riconoscibili:

  • Forma: bacca tonda
  • Diametro: 3,5-4 centimetri
  • Costolatura: assente o molto lieve
  • Buccia: spessa e rossa
  • Coltivazione: pochissime o nessuna annaffiatura
  • Tipologia: siccagno, ideale per conservarsi a lungo

Proprio la coltivazione “siccagna” permette al frutto di mantenersi dopo la raccolta. In passato veniva disposto su arelle in solaio, come si faceva con le uve da tavola. Restava lì finché serviva. E in inverno era molto richiesto per insaporire i brodi di carne delle feste.

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Un pezzo di storia che guarda al futuro

In un’Italia dove la biodiversità rischia di perdersi, il Tondo da serbo di Villa Ghigi mostra quanto una famiglia e una comunità possano fare. È un esempio concreto di come un piccolo pomodoro possa raccontare una grande storia. Di lavoro, memoria e territorio.

E oggi, grazie alla tenacia di chi lo ha protetto, questo frutto continua a crescere sul terreno più settentrionale d’Italia dove un pomodoro da serbo sia mai arrivato. Una rarità agricola che merita di essere conosciuta e assaggiata.

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